ADHD, oppure nella forma italiana di DDAI, è l’acronimo inglese di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività.
Probabilmente queste parole vi riportano alla mente scene di bambini che corrono forsennati tra i banchi, che si muovono senza controllo e forse anche di genitori disperati che tentano di placare l’impulso di esplodere di rabbia. Giusto (almeno per alcuni casi).
Probabilmente però non a tutti verrà in mente che questi bambini, negli anni a seguire, saranno adulti e cercheranno, come tutti, un posto nel mondo.
Andiamo con ordine.
L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che possiamo inquadrare attraverso le tre dimensioni principali che definiscono tale quadro clinico.
La disattenzione, troppo semplicisticamente raccontata come distrazione, nell’ADHD è una difficoltà a sostenere l’attenzione nel tempo, a organizzare compiti e attività, a seguire istruzioni complesse, a resistere agli stimoli esterni, che distraggono dal compito.
L’iperattività, che si manifesta di solito, come un eccesso di attività motoria o verbale.
L’impulsività riguarda invece il compiere azioni rapidamente senza pensare alle conseguenze, la difficoltà ad aspettare il proprio turno che porta ad interrompere gli altri.
Nel corso della crescita dell’individuo, come ciascuna caratteristica personale, anche la sintomatologia dell’ADHD ha una evoluzione e subisce cambiamenti.
Se nei bambini il disturbo si manifesta tipicamente nella difficoltà a stare seduti e nel muovere continuamente mani e piedi, nel parlare in modo incessante, nel compiere errori di disattenzione nello svolgimento dei compiti scolastici, negli adolescenti e negli adulti si trasforma spesso in un senso interiore di irrequietezza, difficoltà a rilassarsi, bisogno costante di fare più cose contemporaneamente, nella difficoltà nel pianificare e organizzare le proprie attività, oppure nella difficoltà ad essere perseveranti nel raggiungere obiettivi personali.
Altra caratteristica che con frequenza ritroviamo nelle persone con ADHD è una difficoltà nella regolazione emotiva: le emozioni arrivano forti e veloci, e il sistema di controllo e gestione delle reazioni sembra essere lento e fuori controllo. A volte gli individui adulti con ADHD sentono di essere in balia delle proprie emozioni, incapaci di governarle, si lasciano trasportare da esse, compiendo azioni sbagliate o impulsive. Tale disregolazione potrebbe portarli a compromettere le proprie relazioni amicali ed affettive, ed avere conseguenze sulle scelte lavorative e in generale nei loro contesti di vita abituali.
Può accadere che chi vive con ADHD sia solito sentirsi dire: “Non ti impegni abbastanza”, “Potresti farcela se solo volessi”, “Sei pigro e disorganizzato”. L’ADHD non è una questione di volontà, ma di neurobiologia: il cervello di una persona con ADHD ha differenze strutturali e funzionali nelle aree deputate all’attenzione, all’inibizione e alla pianificazione. Il loro cervello funziona in modo diverso. Se per una persona “neurotipica” alcune azioni, alcuni comportamenti diventano automatici, una condizione di neurodivergenza come l’ADHD porta la persona a compiere invece sforzi inimmaginabili, con risultati a volte discutibili.
Primo passo nella terapia è il riconoscimento. Effettuare una valutazione accurata e specifica per individuare la presenza del disturbo è necessaria, per la persona, per definire la situazione e dare un senso a ciò che sta vivendo, e, per il clinico, ad orientare l’intervento terapeutico, nella direzione di aiutare la persona a convivere con le proprie caratteristiche, imparando a riconoscere le proprie modalità di pensiero e azioni, e a sviluppare strategie personalizzate, anche per gestire l’impatto emotivo delle difficoltà quotidiane.
Se ti riconosci in queste descrizioni, una consulenza psicologica può essere il primo passo per aiutarti a vedere la situazione con occhi nuovi. L’obiettivo non è spegnere l’energia della persona con ADHD, ma imparare a incanalarla, valorizzando le risorse personali, che potrebbero essere messe in ombra dalle difficoltà sperimentate.






